Il Consiglio d'Egitto
"Se La Girandola potesse pensare penserebbe che gira perchè vuole girare"
lunedì, maggio 21
Un inguaribile conservatore
martedì, maggio 15
La Propaganda e il mito della Rete libera
lunedì, maggio 14
Quando la Democrazia è sinonimo di Caos
venerdì, maggio 4
Stranieri in Città
lunedì, aprile 30
Il medium è il messaggio
giovedì, aprile 19
Sì
giovedì, aprile 12
I mestieri di una volta

Può accadere in Italia (e solo in Italia) di ascoltare alla radio di Confindustria, un programma di approfondimento economico con fior di giornalisti economici e brillanti capi di associazioni imprenditoriali e sentire la solita tirata populistica sugli italiani che pensano solo alla laurea e che non hanno l’umiltà di fare i lavori semplici come, sentite bene: il calzolaio, il casaro, il tecnico dei fumi (spazzacamino) e udite, udite: il materassaio, di cui il conduttore ha un nostalgico e romantico ricordo di quando da bambino li vedeva lavorare (li vedeva ovviamente) nel cortile di casa sua (magari utilizzando mano d’opera minorile). Uno addirittura dice che anche in Silicon Valley c’è chi ripara le scarpe o serve ai tavoli, ma ovviamente omette di dire che sono tutti messicani. Se questa è la classe imprenditoriale, che dovrebbe fare della razionalità un vessillo, siamo proprio messi male, è scritto su tutte le statistiche al mondo che le economie più forti sono quelle dove ci sono più laureati ed il livello culturale è più alto e non certo quelle col maggior numero di calzolai e che la posizione dell’Italia rispecchia impietosamente il ranking che abbiamo in termini di numero di laureati, livello di istruzione medio, capacità media di analizzare e comprendere un testo (sembra che siamo deficitari persino nel comprendere la nostra lingua). Inoltre c’è anche un aspetto non secondario che è indice di una discreta malafede di tutti questi soloni dello sviluppo economico: il lavoro in una società sviluppata non è solo sopravvivenza ma è soprattutto prospettiva. Gli Italiani non rifiutano i cosiddetti lavori semplici in quanto tali, ma rifiutano le condizioni in cui ormai questi lavori vengono esercitati che sono o di sfruttamento se si lavora da dipendenti o di iper auto-sfruttamento se si lavora in modo autonomo visto che si è esposti ad un regime di concorrenza insostenibile. Si sarà accorto il brillante economista che esiste una grande catena svedese che un materasso te lo vende a 40 euro, si sarà accorto che il regime di consumi vigente non permette ai manufatti neppure di arrivare all’usura prima di essere sostituiti con oggetti nuovi e più alla moda? Solo su una cosa sono d’accordo: la scomparsa dei piccoli mestieri e la concentrazione in grandi centri trasforma le città in dormitori aumentandone l’insicurezza, ma non è questa forse l’America che avete tanto agognato e proposto come modello ideale?
giovedì, aprile 5
Lega Ladrona, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo

giovedì, marzo 29
Rosa
«Rimase l’inclinazione allo scisma: un naturale bisogno di farmi male alla ferita sempre aperta. Un configurare ogni rapporto col mondo che a sé m’invita, al rapporto del mio figliale sadismo, masochismo: per cui non sono nato, e sono qui solo come un animale senza nome: da nulla consacrato, non appartenente a nessuno, libero d’una libertà che mi ha massacrato».Pier Paolo Pasolini, “Poesia in forma di rosa”
giovedì, marzo 22
Zig Zag

mercoledì, marzo 14
Non ho paura

sabato, marzo 10
The Pale King

giovedì, marzo 8
La Trattativa

A qualcuno importa di vivere in un paese che non ha mai esitato a trattare e negoziare con il crimine pur di bloccare, impedire, deviare il normale corso evolutivo delle cose? Probabilmente a nessuno, sono rogne da paranoici complottisti, quelli della teoria del Doppio Stato ormai derisi e rinchiusi nelle riserve indiane, cancellati dall’ondata di revisionismo che rende tutti uguali. Uno sbiadito calderone dove tutto è mescolato ed appianato: neri, rossi, repubblichini, partigiani, fascisti, sindacalisti, tutti insieme. Le notizie di queste ore sulla strage di Via D’Amelio, compiuta perché quel giudice era di intralcio ad un ennesimo e scellerato patto tra l’immondo potere clerico-democristiano e la mafia mi fa venire l’allergia verso un’altra espressione abusata ed intollerabile: “Servitori dello Stato”. Di solito si parla così dei morti, perché si dice siano tutti uguali, morti per mano violenta, anche se accomuniamo gente come Borsellino a corrotti funzionari magari finiti poi uccisi ma che hanno continuamente vilipeso i fondamenti del vivere civile: depistando, insabbiando, manipolando. Non sopporto più neppure la parola “Stato”, quello che fa morire Moro con la sua fermezza ma poi tratta per Cirillo altrimenti saltavano gli equilibri con la camorra e qualche onorevole finiva sputtanato. Quello che con una mano avalla un articolo emergenziale, barbarico e fascista come il 41bis e poi con l’altra cerca di ammorbidirlo per evitare che i suoi esponenti locali vengano impallinati dalla mafia. Tutti gli Stati mentono qualche volta, è inevitabile, il nostro sembra mentire sempre, soprattutto nei momenti importanti. Sono talmente scottato che pur odiando la Lega Nord, il fatto che partano indagini della magistratura solo adesso che si trova all’opposizione e minaccia l’unanimismo attorno al governo tecnico, mi puzza. Ma tanto non nutro speranze, verrà un giorno in cui un sindaco di Palermo farà una fondazione per riabilitare Salvo Lima, che ci verrà proposto come un umile “servitore dello stato”, anzi, un vero martire perché si è accollato tutta la vita l’infamia di essere dipinto come un mafioso, mentre, in realtà, con il suo doppio gioco, stava salvando l’Italia dalle orde bolsceviche, garantendo un pacchetto elettorale blindato ed inossidabile, per finire poi ucciso dalla barbara mano mafiosa. Inizierà prima il sindaco, poi un onorevole a livello nazionale comincerà ad inveire contro il libri di storia, scritti in modo parziale, poi spunterà qualche erede che chiederà una via intitolata, un cantautore ci scriverà una canzone, e così via secondo schemi già visti mille volte. Non so quando questo avverrà, ma sono certo che è solo questione di tempo.
lunedì, marzo 5
Riflessioni sulla Martesana

E’ stato sufficiente spingersi in bicicletta lungo il naviglio della Martesana per qualche chilometro, pedalando al fianco di viale Padova, scivolare poi fuori dai confini cittadini e seguire sempre il corso d’acqua verso Cologno prima e poi in direzione di Cernusco per scoprire una Milano varia ed inaspettata. Grigi ed orrendi giganti di cemento lasciavano spazio a splendide ville patrizie sulla riva del naviglio, che poi si alternavano tipiche case-cascine dall’inconfondibile colore giallo lombardo. Ogni tanto, dietro vecchie recinzioni in Eternit, ormai bucherellate dall’incuria, si sentivano esplosioni di musica , erano campi nomadi: l’indicibile, il massimo dell’abiezione sotto l’ombra della gigantesca torre del ripetitore di Mediaset. Persino la fauna era ricca di contrasti: anatre in maggioranza, ma a volte si rimaneva attoniti nel vedere immacolati cigni vicino a ripugnanti e fuligginose nutrie. Pedalando non ho potuto fare a meno di soffermarmi sulla varia umanità che popolava quella lunga passeggiata, multi etnica si dice oggi se si vuole essere corretti, spesso si trovava mescolanza con gli Italiani, soprattutto nelle partite di pallone, ma in generale si leggeva negli occhi della popolazione, che da generazioni abita la riva del naviglio, quella insofferenza verso lo straniero caciarone e rumoroso che tanto alimenta l’immaginario collettivo non necessariamente leghista. Il pallido giallo lombardo sporcato dalla mancanza di compostezza, dalla voglia di futuro e di allegria dell’ ”altra parte del mondo”. Probabilmente il mio punto di vista era criticabile, placido sulla mia bicicletta alla moda, bianco ed integrato con il portafogli pieno, non potevo però fare a meno di pensare che quel ruolo, quella posizione, fino a qualche decennio fa era occupata dagli immigrati meridionali, che, per chi se lo fosse dimenticato, sono stati per anni gli appestati, il simbolo della peggiore arretratezza e antropologicamnte (lombrosianamente) votati alla delinquenza. Pregiudizi e stereotipi che tutt’ ora sussistono anche se stemperati e diluiti nell’atmosfera comico-ironica del benessere. Persino la definizione omogeneizzante e falsa di “meridionale” è un portato di quell’esperienza. A quel punto mentre spingevo sui pedali, potevo cadere nella trappola del ribaltamento del pregiudizio, affermando che la popolazione sub-alpina o Padana sia geneticamente votata al razzismo, ma mi sembrava una puerile scorciatoia. La questione è più semplice, quel flusso migratorio, così come quello odierno, deriva da uno sfasamento tra sviluppo economico e crescita demografica, in sintesi non si fanno bambini a sufficienza per coprire le necessità della crescita economica. Così come le squadre di pallone improvvisate sui prati attorno a me avevano bisogno di una massiccia iniezione di bambini maghrebini per arrivare ad avere i 22 in campo. Inoltre non c’è nulla di sorprendente, schiere di economisti dimostreranno, grafici alla mano, che la crescita economica implica la denatalità (e basterebbe il buonsenso, c’è meno tempo per farli e per accudirli). Giunto a Cernusco mi resi anche conto che l’economia più sviluppata al mondo, cioè quella americana, è quella più multi etnica e quella in cui il 99,9% dei problemi sociali sono di natura razziale, a quel punto ho girato la bicicletta in direzione di casa, ero troppo stanco ma avevo dimostrato il teorema: questo modello economico crea immigrazione e diffidenza etnica per definizione, chi politicamente abbraccia la causa della risoluzione di questi problemi; con le buone o con le cattive, è solo un ipocrita ed ha una rendita vitalizia dovuta all’insolubilità della situazione. Arrivo a casa esausto, quando mi deciderò a fare passeggiate più rilassanti dove mi limiterò a godermi il sole sulla faccia e l’odore dei prati in fiore?
sabato, marzo 3
Voci dalla Luna

martedì, febbraio 28
Articolo 18, flessibilità e maestri del diritto del lavoro
La pressione mediatica è ormai tale che è diventato davvero difficile avere qualche dubbio sulla necessità di abolire l’articolo 18 senza autofleggelarsi come dinosauri e anacronistici difensori di privilegi e di rigidità del mercato. Senza considerarsi, in ultima analisi, responsabili della mancata crescita del paese, complici del suo gap di competitività. Se i dati dell’Ocse ci dicono impietosamente che gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa, si trova facile ed immediata risposta nel fatto che in Italia il lavoro è troppo protetto e che questo favorirebbe precariato e bassa produttività, sarebbe dunque questa la chiave della mancata meritocrazia italiana. Eppure nonostante insigni docenti universitari del diritto del lavoro supportino con ampia produzione accademica queste tesi, a me rimane più di un dubbio derivante dalla mia pluriennale esperienza di gestione del personale nel settore privato e in più paesi della famosa Europa che viene portata a modello. Non gestisco persone in Grecia o in Bulgaria, ma in Francia, Germania, Austria, Svizzera, economie forti e competitive, retribuzioni molto più alte di quelle italiane (doppie è demagogia) e la mia netta sensazione è che il lavoratore sia molto più protetto e che il mercato del lavoro sia molto più rigido. Non parliamo poi di meritocrazia: ho una persona in uno di questi paesi che non fa praticamente nulla e quando fa qualcosa di solito provoca danni, mi sono permesso di dargli una valutazione negativa e conseguentemente abbassargli il bonus variabile al minimo consentito, sono stato caldamente invitato dalle risorse umane di quel paese a rivedere questa valutazione, il dipendente avrebbe potuto impugnarla come vessatoria in tribunale, e in poco meno di un mese l’azienda si sarebbe potuta ritrovare con una sentenza di condanna. In un altro di questi paesi ho dovuto aumentare la retribuzione ad una persona, nonostante le direttive aziendali sfavorevoli visto il momento di crisi, in quanto membro del sindacato, la legge di quel paese impone infatti una soglia minima retributiva al di sotto della quale l’azienda può essere accusata di comportamento dicriminatorio verso un sindacalista. Lo so, lo ammetto, probabilmente da quelle parti non c’è nulla che somigli all’articolo 18 o al reintegro ma quello che tutti gli editorialisti del Sole 24 ore o consulenti vari del governo non capiscono, o fingono di non capire, è che il problema non è la norma in sè ma la sua modalità di applicazione. Negli esempi che ho citato prima il denominatore comune, e che fa la differenza con l’Italia, è solo e soltanto il tempo di emissione di una sentenza. Le aziende multinazionali investono poco in Italia non perchè i lavoratori abbiano troppi diritti o più diritti dei loro colleghi europei ma perché sanno che ogni contenzioso legale ha tempi di risoluzione tali da mettere persino in dubbio il diritto di proprietà. Altra lacuna che si finge di non vedere è quelle della formazione e di quella universitaria in particolare, se siamo gli ultimi in classifica tra i paesi sviluppati in termini di ore dedicate allo studio si aprono due scenari: o questo non conta niente ed i ragazzi tedeschi che studiano il 25% in più non sanno godersi la vita, oppure qualche influenza c’è, e allora gli stipendi più alti possono essere spiegati meglio. Solo in Italia escono laureati che ancora dicono: “il computer non lo so usare molto bene” o rampolli di prestigiose business school, che candidamente ti dicono: “posso dare il tal prodotto al cliente scontandolo dell’80%?” motivo, il cliente è uno di quelli importanti, un grosso nome. Poca dimestichezza con il conto economico, grossa propensione al culto dell’ossequio all’autorità e ai rapporti di forza, vittime del branding più che esperti di economia. Sono sicuro che ci saranno norme di diritto del lavoro provenienti dal neolitico e che a volte spostare un dipendente comunale da un ufficio ad un altro nella stessa città può risultare impossibile, ma ho l’impressione che ancora una volta si proceda per rapporti di forza. Intaccare i diritti dei lavoratori adesso si può, il bombardamento di opinionisti di ogni schieramento ha lavorato bene ed il clima è maturo, facciamo pagare agli ultimi della catena un inefficienza che parte dall’alto. Riformare la giustizia civile? Riordinare l’Università? Cose auspicabili ma di difficile attuazione, bisognerebbe intaccare medievali diritti di casta, soprattutto diritti di una classe sociale molto contigua ai grandi consulenti e ai grandi professori che hanno trovato la ricetta magica per l’Italia.domenica, febbraio 26
Scollamento
Mi capita quando sono in compagnia di un certo profilo umano, maschio bianco istruito (non colto), testa sulle spalle, padre di famiglia per vocazione o per elezione, quando si tenta un approccio alla socializzazione che passa per stereotipi che sembrano usciti dalla striscia di fumetti “Carlo & Alice” disegnata su ingiallite pagine della Settimana Enigmistica, quella sottile vertigine (o nausea) da scollamento, da alienazione. I “discorsi tra uomini”, quando uno di questi per stringere tutti in un afflato amicale piuttosto artefatto comincia a fare dell’ironia auto celebrante con frasi del tipo: “le nostre mogli” o “i nostri figli”. I nostri?? Ascolto sgomento, come si può pensare che tua moglie, tuo figlio possano appartenere ad un continuum di significato con mia moglie e mio figlio? Quasi mi inalbero, ma devo tenermi a freno, questo è malcelato snobismo verso chi cerca un modo facile per fare relazione. La cosa però più inaccettabile è la sicumera con cui si crede di possedere e di esaurire, con l’utilizzo del nome comune: moglie, figlio invece di quello proprio, il mistero della relazione con un altro essere umano. Io non saprei con la stessa sicurezza semantica utilizzare questi termini, non saprei esaurire in una parola quel processo di approssimazione successiva ed infinitesimale di avvicinamento e di scoperta (asintotico sarebbe il temine corretto ma di difficile digestione) alla propria, appunto, moglie, al proprio figlio. Eppure, e con grande immodestia mi do ragione, non riesco a vedere realistico un atteggiamento diverso dal mio, non riesco a capire come si possa credere di essere la replica nel reale di un ombra platonica che rappresenta il nostro posto nel mondo, il nostro ruolo di padre, marito, genitore modello, custode delle tradizioni, come non si possa provare quella continua vertigine da “scollamento” quel continuo riassestarsi del labirinto del nostro orecchio interiore al cambiamento di piani e di prospettive che la vita reale ci propone. Forse non ho ingerito quantità sufficienti di “scopolamina” naturale, non ho mai costruito quello schema perfettamante illusorio che ci fa vedere “stabilità” nelle cose a cui teniamo, eppure basta guardarsi indietro con uno sguardo freddamente matematico, periodi che nella nostra memoria sono rappresentati come eterni, stabili e duraturi, sono durati pochissimo invariati e costanti ed hanno sempre fluttuato. Ma qual’è il vantaggio nel vivere così? Semplicemente non avere quella sensazione di intorpidimento e di sonnolenza che la parte anestetica della “scopolamina” procura. Io non voglio dormire, io voglio vivere, è più bello!Perché scrivere romanzi?
Spero sia chiaro come la parola "tragico" io intenda praticamente qualsiasi tipo di narrativa che fornisce più domande che risposte, che bon risolve il conflitto nella banalità. (In realtà, l'indicatore più attendibile di prospettiva tragica in un'opera di narrativa è l'umorismo). Il motivo per cui definisco "tragica" la narrativa seria è quello di evidenziare la distanza dalla retorica dell'ottimismo che pervade la nostra cultura. La menzogna necessaria a qualunque regime vittorioso, compreso l'allegro tecno-corporativismo sotto il quale viviamo attualmente, è che il regime abbia reso il mondo migliore. Il realismo tragico preserva la cognizione del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo; che niente dura per sempre; che, se nel mondo il bene supera il male, ci riesce sempre per i rotto della cuffia.venerdì, febbraio 24
Sonetto del Cassonetto
Bastano poche quotidiane cose a farti capire che vivi in un cassonetto. Vivi in un cassonetto quando le persone che incontri la mattina, tutte le mattine, magari genitori di bambini che vanno nella stessa scuola di tuo figlio hanno una corazza tale che per salutarle devi quasi fargli violenza. E dopo che gli hai fatto quest’oltraggio il risultato ottenuto è uno stentato “salve”, un increspatura minima del volto di granito, un mezzo sorriso disgustato o in alcuni casi un suono indistinto a metà tra un rutto ed un rantolo. Poi vedi che una sola ti sorride e ti saluta calorosamente e dopo qualche giorno scopri dal cognome che è SudamericanaVivi in un cassonetto quando i vicini, quelli che vivono nello stesso palazzo sono calorosissimi alla riunione di condominio ma ti salutano solo se li incontri a non più di 500 metri da casa che è la zona d’obbligo.
Vivi in un cassonetto se sei circondato da persone mediamente presuntuose ed ignoranti e che ti spiegano la loro ignoranza con il solito mantra: “purtroppo non ho il tempo”
Oppure quando ti dicono, come se fosse una vanto: “ah guarda io proprio fantasia zero!”. È un cassonetto quando la gente va in vacanza e ti dice che “stacca la spina” oppure quando in mezzo ad una frase ti dicono: “anche no” e quando va male “anche si”, e poi “voglio dire”. È un cassonetto quando dopo che fai una battuta devi dire: “scherzo”, o quando hai amici che vedi una volta l’anno, quando tutti oscillano in maniera schizoide tra il Carnevale di Rio ed uno stato di depressione e lamentosità cronica.
Quando qualcuno deve attraversare quasi tutto un supermercato per raccogliere la stampella ad un tizio mentre la dozzina di persone vicine fa roteare gli occhi nel nulla per non farsi coinvolgere. Un luogo ed un tempo dove si recita individualismo ma si è peggio delle pecore. Si io credo di vivere in grande cassonetto.
martedì, febbraio 21
Straw Dogs

viene persa occasione per ridicolizzare David, anche a causa delll’attrazione che tutti hanno per la giovane moglie. Prima risatine di scherno, poi l’impiccaggione del gatto via, via, fino ad arrivare allo stupro della moglie. Ad una festa dal paese, Henry Niles un giovane con dei disturbi mentali viene sedotto da una ragazzina figlia di uno dei più violenti personaggi dello sperduto paesino. Involontariamente, Henry, uccide la ragazza, scatenando un’ incredibile caccia all’uomo che alla fine si sposterà a casa di David ed Amy. David infatti investirà accidentalmente Henry Niles e lo porterà a casa per soccorrerlo. Da quel fortuito episodio inizia la parte finale del film che descrive l’assedio della casa da parte dei bulli, totalmente ubriachi ed armati, e la vendetta finale ed inesorabile di David che da cane di paglia si trasforma in un giustiziere freddo ed implacabile riabilitandosi definitivamente agli occhi della moglie. Il tema principale del film è ovviamente un’esplorazione del grado di parentela tra essere umano e violenza. Parentela stretta, come nel caso degli squallidi ed alcolizzati abitanti del paese e rapporto sublimato e sofisticato, quindi più interessante, come quello che ha David. Egli è un matematico, cioè una mente capace di creare e di “costringere” l’universo all’interno di schemi logici formali, una forma assoluta di violenza in senso lato. Paradossalmente c’è molta più aggressività in chi costruisce un modello di esistenza “controllato” rispetto a chi è più armonicamente abbandonato agli istinti come i bulli del paese. I bulli stuprano e trascinano per i capelli come gli uomini delle
caverne, David umilia la moglie al gioco degli scacchi, si dice che gli scacchi siano una delle attività intellettuali più aggressive che esistano, dove ogni mossa, ogni pensiero è
volto alla conquista del territorio e alla distruzione totale dell’avversario. Una delle scaramucce tematiche tra marito e moglie all’inizio del film è quella del sabotaggio da parte di Amy dell’equazione con l’apposizione del segno negativo prontamente corretto dalla giustizia “positiva” di David. Alla fine, quando saltano tutte le convenzioni, nell’orgia di violenza di finale, vedremo, insieme alle scene appartenenti alla trama principale dello scontro frontale con gli assedianti, un momento in cui David prenderà la moglie per i capelli e la trascinerà, minacciandola poi di spezzarle un braccio. Davvero una notevole trasformazione dell’uomo civilizzatto e razionale dell’inizio del film. Questo tipo di argomentazione però non basta a dare spessore al film; di tranquilli borghesi che si trasformano in implacabili giustizieri ne abbiamo visti davvero tanti al cinema. Occorre soffermarsi con maggiore attenzione sull’evento scatenante che scardina i riferimenti morali di David, il tentativo di intrusione in casa sua per fare giustizia sommaria, per scoprire il tema più profondo della narrazione. Tutto ruota intorno alla concezione umana di “territoro” e di metabolizzazione o meno di un’intrusione esterna. Tutto il racconto è caratterizzato nelle sue varie fasi da territori e da intrusi. E’ un intruso David, che “invade” il bar sottraendosi ai rituali locali e pagandosi da sè il bere, lo è dal punto di vista economico; in un paese dove tutti fanno lavori manuali, lui è pagato per stare a casa a meditare su strane formule matematiche. E’ soprattutto un estraneo rispetto alle ancestrali leggi del territorio, secondo le quali i maschi più forti ed aggressivi si accaparrano le femmine più avvenenti. Lo stupro centrale, che non trova poi alcuno sviluppo narrativo nella parte finale, sembra in realtà un rituale sociale di purificazione. La donna contesa ed ambita viene riportata brutalmente nell’ambito delle millenarie leggi naturali e sottratta al rapporto inspiegabile e “innaturale” con un uomo incapace di guidare un’automobile o di piantare un chiodo. Lo stupro “sociale” è uno spartiacque, da quel momento si rovesciano i ruoli, David diventa il territorio invaso e contemporaneamente si erge ad ente normativo che afferma la propria parziale idea di giustizia. In fondo Henry Niles
aveva ucciso una giovane ragazza, il desiderio di vendetta della comunità poteva anche essere legittimo; i vendicatori devono però fermarsi di fronte al concetto, totalmente moderno, dell’inviolabilità della sfera privata. “Questa è casa mia” ripete ossessivamente il protagonista del film mentre il suo volto si trasforma progressivamente da mite a spietatamente freddo. La legge tradizionale del territorio deve inchinarsi alla legge inesorabile del dominio razionale sul mondo, lo spirito di appartenenza si ferma al cospetto dell’individualità come misura di tutte le cose. Forse è la soluzione finale dell’eterno dilemma sulla “leggittimità della legge” che da Antigone in poi ha attraversato tutta la cultura occidentale, morti i grandi imperi, finite le nazioni, resta solo la sovranità parcellizzata e sancita dal diritto razionale-economico; proprietà, rispetto della legge formale, buone maniere, diventano il nuovo carisma di milioni di piccoli ed efferati sovrani. Una menzione particolare merita l’estetica della violenza in questo film che soprattutto nell’assedio finale assume una sfumatura parodistica. La sequenza
infinita di finestre rotte, che non vengono mai attraversate, gli uomini, in certe fasi così aggressivi ma così inerti al tempo stesso, intenti a scolarsi bottiglie di whisky senza fare nulla di concreto. Le colluttazioni finali in cui i nemici di David sembrano danzare come dei saltimbanchi, come non ricordare l’uomo con il naso da clown, sono la ridicolizzazione finale della violenza animalesca, schiacciata da quella pulita e matematica del professore americano, la chiusura, estremamente più tragica, di quelle risatine di scherno di cui David era vittima all’inizio del film. Il trionfo della violenza “scacchistica”, e moderna è tale che alla fine del film nessuno di noi è sfiorato dal pensiero che la vita del protagonista possa essere distrutta, ha lasciato sul campo sei o sette vittime, ma siamo tutti sicuri che il suo futuro sarà radioso, che vivrà serenamente accanto alla moglie riconquistata e che la legge, quella vera dei tribunali, e non quella artigianale del Maggiore, darà ragione a David giudicando leggittima la sua difesa.
lunedì, febbraio 20
Pubertà e Geografia
Ieri pomeriggio guidavo sulla A1 da Parma verso Milano e ho iniziato il viadotto che attraversa il fiume Po. Quella particolare posizione geografica, unita forse alla malinconia del tempo uggioso mi ha fatto saltare involontariamente a ricordi ormai sopiti, la gita scolastica di terza media avvenuta nel lontano 1981 o giù di lì, si doveva essere l’81 o l’82 al massimo, la canzone che fece da colonna sonora era infatti Get Down On It dei Kool & the Gang. Il nostro albergo si trovava a Rimini ed un giorno era prevista un’escursione in pullmann a Venezia, ad un certo punto mi trovai al centro di una disputa, diatriba con un compagno. Io infatti, più che eccitato a questa eventualità, lo preparavo al fatto che per forza di cose avremmo attraversato un ponte sull’autostrada tra le due sponde del Po, il mitico massimo fiume italiano che per noi scolari palermitani era solo una tenue strisciolina blu nella chiazza verde della Pianura Padana rappresentata sulla carta geografica che stava appesa tra il crocifisso ed il ritratto di Sandro Pertini. Il mio avversario sosteneva l’indifendibile tesi opposta, a meno di prevedere un barocco giro “largo” di qualche migliaio di chilometri per aggirare le sorgenti del Monviso. Per cercare l’arbitrato definitivo ci alzammo a sottoporre il quesito ad una insegnate che ci accompagnava, titolare, badate bene, della cattedra di Storia e Geografia. Non vi dico la mia delusione quando invece di raccogliere una facile vittoria sentìì rispondere la docente con un urlaccio del tipo: “andatevi a dare una rinfrescata al cervello tutti e due che le state sparando grosse”. Purtroppo ero già abbastanza accorto da capire che quella risposta furente era il frutto del suo palese imbarazzo: non conosceva la risposta, non voleva rischiare la figuraccia dando ragione ad uno dei due e fece quindi una manovra diversiva utilizzando la “forza”, fu una delusione verso le istituzioni decisiva. Ci sarebbe anche da domandarsi perchè mi trovassi coinvolto in simili dispute quando le gite sono fatte per essere occasioni di relax o di nuove esperienze. Ma cosa dovevo fare, ero un anno avanti, il mio compleanno è a fine Settembre avevo praticamente 11 anni, i miei interessi principali erano la filatelia, la numismatica, l’astronomia e la geografia. Per essere preparato a quella “missione” avevo ricalcato a matita su carta lucida la mappa di Venezia, per conoscere in anticipo ogni suo angolo, non mi trovavo bene con la stragrande maggioranza dei pertecipanti alla gita. Il pullmann era infatti diviso in due gruppi, un buon 80% schiammazzava nei sedili più in fondo, i ragazzi più spregiudicati si mettevano di fronte alle ragazze per reinterpretare il musical Grease; quando c’era la canzone con il ritornello “tell me more”, “tell me more” ancheggiavano e facevano su e giù con la cerniera lampo dei pantaloni in un osceno balletto, che veniva formalmente osteggiato ma nella pratica apprezzato. Un rimanente 20% era nella parte anteriore del pulmann, anche per soffrire meno il mal d’auto, intento a scrutare la rotta come i vecchi marinai col sestante oppure a fare interminabili sfide con il cubo di Rubik che quell’anno impazzava, oppure a caricare la propria Kodak tascabile con rullino compatto, vi lascio fare, senza darvi alcun aiuto, un ipotesi su quale gruppo avessi scelto in quell’occasione.giovedì, febbraio 16
Dedicarsi ossessivamente a qualcosa
Che qualcuno potesse tenere tanto a un argomento o a un’impresa e potesse continuare a tenerci tanto per anni. Che potesse dedicarvi tutta la vita. Mi sembrava ammirevole e patetico allo stesso tempo. Forse non vediamo l’ora, tutti, di dedicare la nostra vita a qualcosa. Dio o Satana, politica o grammatica, topologia o filatelia – l’oggetto sembrava puramente incidentale rispetto a questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa. Ai giochi o agli aghi, o a qualche altra persona. C’era qualcosa di patetico. Una fuga sotto forma di un tuffarsi-in.David Foster Wallace, Infinite Jest, p.1198-99 (edizione Fandango Libri)
lunedì, febbraio 13
Sull'Amicizia
Forse interrogarsi sul senso dell’amicizia alla mia età può suonare puerile, ma dando per scontato che questo sentimento dovrebbe essere uno dei nutrimenti più importanti per la propria esistenza occorre essere resoluti, dare delle definizioni chiare in modo da concentrare tutte le proprie energie sulle persone giuste. In sintesi; in brutale sintesi: fare pulizia, non lasciarsi ingannare dal rumore di fondo, molto spesso preponderante, dell’amicizia di “contesto”. Sono all’università e i miei amici sono colleghi universitari, poi lavoro in un certo tipo di ambiente e i miei amici rispondono al profilo tipicamente associato a quella realtà, e poi ho un figlio e con i miei amici parlo di pannolini, di baby sitter, oppure mi impegno in una ripetitiva geremiade su come è cambiata la mia vita e su come misuro questi cambiamenti rispetto al mio egocentrismo originale e di come questa inusitata, immane fatica (che sembra sempre che sia la prima accaduta su questo pianeta) sia ripagata immancabilmente da una marcia inarrestabile di progressi fatti dal piccolo genio in questione. Appuntamenti ed incontri scanditi da liste di prenotazione, impegni, priorità che spesso si concludono con incontri formali dove lo schema comunicativo è sempre lo stesso. Io ti racconto alcuni guai posticci, del tutto manierati: il lavoro non mi soddisfa oppure mi soddisfa, vorrei più tempo per me stesso e per le cose importanti, cambiamo vita, per poi passare al come siete organizzati per le vacanze. Immancabilmente vengono rilasciate, come in una lenta infusione, degli elementi di competizione e di affermazione del proprio status: “come sono originale e creativo miei cari”, tutta la vita che passa da questi racconti è pervasa da una serena imperturbabile ironia o meglio: ilarità, che fa sembrare tutta l’esistenza una sit-com di cui ognuno crede di essere il brillante e amato protagonista. Non c’è spazio per la tragedia in questo tipo di amicizia, la morte non esiste, come non esiste alcun argomento che abbia a che vedere con la propria debolezza, con la propria volgarissima incazzatura verso l’esistenza, con la consapevolezza di essere tutti quanti, in qualche misura, vigliacchi, disonesti, egoisti ed impostori in molte situazioni: Per usare un linguaggio psicanalitico: un senso dell’amicizia che non ha potuto sviluppare un vero contatto con i propri naturalissimi escrementi. È un amico quello a cui non ho voglia di raccontare nulla che non sia un spot pubblicitario di me stesso? No, non lo è. E non lasciamoci ingannare da false confessioni di difficoltà, la pubblicità ha fatto i suoi progressi, si è sofisticata usando costruzioni narrative sempre più articolate.Eppure se fossi angustiato da qualcosa, se avessi un vero problema, proprio dai veri amici dovrei andare, prima ancora di parenti e congiunti che si devasterebbero di ansia e di preoccupazione. Ho pochissimi amici che mi hanno chiamato per conforto dicendomi: ho problemi con la mia compagna, litighiamo spesso, oppure ho: la pressione alta, sono preoccupato per la mia salute. O forse ci troviamo già nel giardino dell’Eden ed io non me ne sono accorto, dove tutti sono sani e sereni? Da oggi sarò più selettivo, tanto che bisogno ha di amicizia chi è perfetto e levigato ordinato e pulito come nel mondo di Barbie?
mercoledì, febbraio 1
E Non disse nemmeno una parola
L’Europa è finita, si è giocata le sue ultime carte in maniera pessima c’è da dire, totalitarismi di ogni colore, antisemitismo disorganizzato e spontaneo in Francia, Inghilterra e le cosiddette democrazie liberali, spietatatamente efficiente nei paesi dell’Asse. L’Europa dell’Agorà, della luce scura ma calda del Medioevo, l’Europa della Rivoluzione Francese, tramonta definitivamente. Gli eserciti dei generali con il cognome nobiliare schiantati dalle bombe americane con i cuoricini, i paperini e le dediche scarabbocchiate sopra. Una cultura millennaria fatta di un’enorme tessitura di relazioni sociali lascia il posto ad un modello individualista e puritano che parte dai padri pellegrini passa per Walt Disney e il suo Mickey Mouse, l’unico topo al mondo che si realizza al di fuori del branco e solo esclusivamente sulle proprie capacità individuali, e arriva all’”Yes we can” di contemporanea memoria. L’ossessiva propagazione della Guerra di Secessione americana sbarca sul vecchio continente. E chi sono Käte e Fred, i protagonisti del romanzo di Heirich Boll: “E non disse nemmeno una parola” se non le immagini viventi, semplici e minimali di questo sfacelo? Non si tratta della tipica letteratura delle macerie, stereotipo della Germania del dopoguerra, e neppure il solito libello moralista sulla stagnazione e le contraddizioni della Guerra Fredda, Boll riesce, grazie allo stile fortemente legato alla quotidianità, a darci qualcosa di più profondo. Nessuno storico o filosofo riuscirà a rendere meglio il senso di questo crepuscolo di quanto non facciano i pensieri e le azioni dei due protagonisti attanagliati dalla morsa di una vita squallida e con poche prospettive. Ecco l’immagine di Fred riflessa in uno specchio di uno dei tanti bar dove passa la sua vita da beone: “Mi ripulii come meglio potevo davanti allo specchio delle vetrina di un caffè, e lo specchio rilanciò un’infinità di volte verso il fondo la mia figuretta minuta, come un’immaginaria pista di bocce, in cui mi tombolavano accanto torte di panna montata e bignè coperti di cioccolata: e così, là in fondo, vidi me stesso, un omarino minuto che ruzzolava perdutamente tra paste d’ogni qualità, ravviandosi i capelli, stiracchiandosi i calzoni con gesti confusi.”
Il tema dello specchio, il tema della “pulizia” come categoria dello spirito del nuovo modello imperante tornerà più volte in questo libro, sarà Kate a parlarne, pulizia desiderata, per emanciparsi dallo squallore della vita arrangiata in una stanza dalle pareti in eternit, o per rimuovere l’orrore per i suoi due bambini morti a causa della carenze igieniche. Pulizia temuta come segno distintivo della classe dominante, quella della signora Franke: “Ma la strana luce dei suoi occhi, con la quale riesce a dominare tutti quanti, m’incute paura: quegli occhi scuri e senza dolcezza, i capelli ben curati e tinti con molta arte, la voce profonda e leggermente tremante, che soltanto con me riesce a diventare stridula, l’ordine perfetto delle sue vesti, il fatto stesso ch’ essa riceva ogni mattina la santa comunione e ogni mese baci l’anello al vescovo, quand’ egli riceve le zelatrici più attive della diocesi, tutto ciò fa di lei una creatura contro la quale è inutile combattere”
Tra le rovine, all’ombra dello spettrale campanile della Cattedrale di Colonia, nel corso del tormentato tentativo di Kate a Fred di tornare insieme e ricostruire una vita familiare, Boll introduce anche, e con ironia, gli elementi della rinascita economica: i droghieri omnipresenti, i prodotti in promozione lanciati come fossero paracadutisti nuovamente all’assalto delle città tedesche, e gli elementi del riordinamento della società dopo la catastrofe, con il ruolo della Chiesa dei vescovi, tesa ad incanalare le energie rimaste nel rassicurante alveo democristiano. Anche in questo caso, Boll va molto in profondità e lo fa con strumenti poveri, non bisogna cadere nella trappola e schematizzare questo libro come una pura polemica anti-clericale e anti-capitalista. Il contrasto tra la religiosità di Kate, quella del calore rassicurante della liturgia, e quella ufficiale dei vescovi, o strumentale della signora Franke è soprattutto un’antitesi estetica che ci svela il trapasso del vecchio mondo. Da una religiosità intima e del focolare, piena di dubbi e di slanci al tempo stesso, ancora ingenuamente politeista in certe sfumature (pensiamo alla passione per i cimiteri di Fred) , si migra verso una religione-istituzione che si presenta al mondo con modelli forti e totalizzanti, il culto mariano, il ruolo politico, la definizione dei criteri di integrazione nella società, una religione che avvicina la propria estetica a quella del predicatore televisivo e che, concedetemi l’iperbole, si “islamizza” nel suo rapporto con i fedeli. Allo stesso modo non si dovrebbe cercare nel libro una sterile polemica sul capitalismo rapace, arrivato misteriosamente da un pianeta sconosciuto, Boll sa bene che questo sistema economico è ormai radicato fortemente nelle coscienze ed è per certi versi irreversibile, quello che aggiunge è lo spot pubblicitario: “CHE COSA SEI SENZA IL TUO DROGHIERE”, cioè la presa di coscienza della rottura di un equilibrio; capitalismo non più parte dei molteplici valori di riferimento della vita, ma valore unico e totalizzante. Gli ultimi e per certi versi romantici abitanti del vecchio mondo sono Fred e Kate e solo loro, pagando lo scotto di un’esistenza marginale, si possono permettere bestemmie ormai inascoltabili come quando Kate dice: “Non so che cosa voglio, ma non ho mai parlato di Nefertiti, nè dell’altare di Isenheim, benchè non abbia nulla contro queste cose; non ho mai parlato di uomini in gamba, perché gli uomini in gamba li ho sempre odiati, non riesco a immaginarmi niente di più noioso di un uomo in gamba, la puzza di bravura e di iniziativa gli si sente dall’alito”, oppure ancora Fred mentre si guadagna da vivere con delle lezioni private: “Lui ripeté la regola a bassa voce ma io non l’ascoltavo: vedevo i miei bambini aggiogati a quella giostra mortale che comincia con una cartella piena di libri scolastici e finisce da qualche parte su una seggiola d’ufficio”
Da lettori non dovremmo affezionarci a Fred e Kate, la loro vita è senza speranza, usata e sfinita senza scrupoli dall’autore, loro sono solo pedine nelle mani dell’unico valore positivo del romanzo: un poderoso atto di accusa verso la modernità, eppure solo loro ci possono regalare atmosfere che non vedremo mai più nel “nuovo mondo”, in quale libro troveremo una tale descrizione di un incontro amoroso dove non si trascura l’olfatto, dove non ci si trova in una patinata camera da letto ma in un campo semi abbandonato alla periferia della città?”L’ultima volta ci trovammo in un parco dei sobborghi. Era sera, dai campi veniva l’odore dei porri appena raccolti e all’orizzonte i fumaioli esalavano colonne di fumo nero contro il cielo rossastro. Ben presto si fece buio, il rosso del cielo divenne viola, poi nero e poco dopo non potemmo più vedere la larga pennellata scura dei camini fumanti. Più intenso divenne l’odore dei porri, mescolato ad un’amarezza cipollina.[..]...Abituando un po’ l’occhio all’oscurità, scorgevo anche, lassù, accanto alla strada, un muro che era più nero della notte, e dietro al quale si sentiva uno schiamazzare d’oche e la voce mormorante e carezzevole di una donna che le adescava per dar loro il becchime.
Di Kate, sulla terra scura, non vedevo che il biancore del volto e il fulgore stranamente azzurrino degli occhi, quando li volgeva in su. Anche le sue braccia erano bianche e nude. Quando la baciavo, essa piangeva perdutamente, e io sentivo il sapore delle sue lacrime.[..]...Ci pulimmo gli abiti dalla terra che vi s’era attaccata e ci avviammo lentamente verso il capolinea del 9”.
martedì, gennaio 31
mercoledì, gennaio 18
De Falco, ma quale eroe

domenica, gennaio 15
The Broom of the system

Ci sono cascato un’altra volta, e anche questa volta dico che no, non ci cascherò mai più nel pantano della pedanteria e dell’eccesso di quest’autore, eppure mentre lo dico vedo già l’ombra sinistra dell’immenso tomo da più di 1500 pagine di Infinite Jest incombere su di me. E’ un piacere davvero strano, pieno di sofferenza, essere travolti da questo genere di letteratura, è un piacere legato allo stupore, alla domanda che ti poni costantemente quando leggi David Foster Wallace: come è possibile che un essere umano possa concepire e tradurre in caratteri alfabetici un così immenso caleidoscopio di pensieri, riflessioni filosofiche, perle d’umorismo nero, follie, trame e sottotrame, riportare, senza perdere mai un particolare, la complessità dell’esistenza umana o meglio la complessità che scaturisce da un essere, l’uomo, capace di decifrare il mondo, di attribuirgli significati.
“La Cristianità è l’offerta di un premio irresistibile in cambio di una prestazione inadempibile”
La struttura narrativa parte da una grande frammentarietà di punti di vista e trame, che si raccorderanno poi magistralmente se si ha la pazienza di arrivare a circa tre quarti del romanzo. Tra gli artifici stilistici c’è anche quello del meta-racconto, uno dei protagonisti è un editore che riceve continuamente racconti di giovani autori, studenti depressi, egli si lamenta delle trame pessimistiche delle storie ma poi non manca di utilizzarli come sistema di comunicazione sublimato con la donna che ama (?). Il salto stilistico dalla narrazione vera a quella dei racconti riportati è davvero magistrale, da vertigini. Grandissima la capacità di alternare dialoghi vividi (quasi tridimensionali) a immagini della memoria nella migliore tradizione della letteratura europea, ma con una capacità di rendere atmosfere amare e depressive che solo la post-modernità può sperimentare.
Seguiamo questo incredibile dialogo basato su un famoso cartone della Warner.
“Le è mai capitato di guardare Bi-Bip?-
-Lo guardo tutte le settimane, è uno dei miei preferiti-. Bava colò sul mento del Dr J....al suo dimenarsi nella poltrona coi piedi ciondolanti a grande distanza dalla moquette giallo-scura dell’ufficio.
-Non so perché ma ci avrei scommesso, - sorrise Fieldbinder....-le è mai capitato di notare come Bi-bip sia quello che potremmo adeguatamente definire un programma esistenziale? E come insista proprio sugli atteggiamenti impliciti ne sentirsi sconvolto di una persona di fronte al catastrofico incendio della propria casa? La vedo perplesso,-disse Fieldbinder notanto che il Dr J si grattava furiosamente la testa, così suscitando un vortice di forfora che si levava nell’aria dell’ufficio per poi ricadere a pioggia sull’oscena chiazza glabra al centro della testa teschioide del dottore. Fieldbinder sorrise e proseguì:-La invito a riflettere su come tale programma non faccia altro che proporci le gesta di un personaggio, il coyote, funzionante all’interno di un sistema che ha l’interessante ruolo di Natura matrigna, un personaggio che incessantemente, instancabilmente, disastrosamente persegue un oggetto/scopo-ossia l’uccello eponimo del programma - oggetto e scopo il cui valore è assai inferiore rispetto a quello dello sforzo e delle risorse che il protagonista investe nella sua ricerca. - Fieldbinder sorrise beffardamente. - L’oggetto perseguito - un uccello rachitico e ossuto - è assai meno prezioso dell’energia e dell’attenzione e delle risorse economiche consumate dal coyote nel corso della ricerca, Esattamente come qualsiasi nesso irradiato dall’Io verso l’esterno avrebbe assai meno valore del prezzo che l’impianto di tale nesso inevitabilmente pretenderebbe.
Potrà non piacere, o essere visto come troppo “americano” eppure io credo che DFW abbia il merito di avere riportato la letteratura americana su terreni che aveva, purtroppo abbandonato. Non c’è traccia di quel minimalismo che da Hemingway in poi aveva stereotipato la narrativa statunitense, facendone quasi un marchio, situazione questa pericolosissima, visto che la capacità di colonizzazione culturale americana aveva fatto sbarcare lo stile scheletrico e conciso anche nella vecchia Europa, impoverendo scrittori e lettori..




